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Sette contro Tebe

Il classico assiste alla suggestiva rappresentazione della tragedia eschilea al Teatro Olimpico di Vicenza

Siamo a Vicenza, Teatro Olimpico del Palladio: la scenografia rappresentante Tebe fa tutt’uno con l’ambiente antistante, un teatro di fine ‘500 costruito su modello di quelli presenti nelle antiche poleis greche. Siamo (sembra davvero di esserlo dato l’ambiente!) a Tebe, città assediata dagli Argivi a cui si è alleato il traditore Polinice, fratello di Eteocle, re di Tebe. Ecco che nel palazzo del re Eteocle giunge un concitato messaggero: le notizie recate sono funeste. Sette eroi assedieranno la città, ognuno compirà il suo assalto ad una delle sette porte di Tebe. Sei valorosi guerrieri Tebani vengono mandati a fronteggiare i primi sei eroi nemici, l’ultimo dei quali è proprio Polinice, che vuole rimpossessarsi della città. Dunque Eteocle in persona, nonostante il tentativo del Coro di dissuaderlo, sceglie di recarsi alla settima porta: lo scontro è cruento e finisce con la morte di entrambi i fratelli e la salvezza di Tebe. Così si adempie inevitabilmente (almeno secondo quanto afferma Eteocle) il volere del demone vendicatore, che perseguita la stirpe dei figli di Edipo da quando lo stesso Edipo avevo compiuto i suoi atroci delitti.

Ecco il dramma dell’uomo greco: la colpa umana deriva da una sua responsabilità, o è invece l’adempiersi di un volere divino a cui non si può fuggire? Eteocle è un malvagio fratricida o un succube impotente di fronte a questo volere?
Per rispondere bisogna tener presente, che i due ambiti (responsabilità umana vs. volere divino) sono inscindibili nella mentalità greca. Diverse furono le risposte date dai grandi geni di questa civiltà: in Omero vi era la tendenza ad attribuire la colpa delle “azioni cattive” degli uomini agli dèi. Così, similmente, ed in modo più drammaticamente espresso,in Euripide vi è una concezione per cui l’uomo, la cui bellezza e bontà sono al di sopra di tutto, non può essere responsabile delle scelleratezze che commette. L’uomo non è peccatore, sono gli dèi che lo abbandonano e lo sottopongono ai propri capricci. Il peccato così è un traviamento, un momento di irrazionale follia e dunque l’uomo non ne è responsabile. In Eschilo, invece, c’è un profondo senso del peccato dovuto al limite umano. Eteocle adempie sì al volere del dio, ma lo fa coscientemente, è una scelta sua personale. Ed è proprio questa scelta che lo rende in qualche modo eroico, nonostante l’atrocità che la sua presa di posizione implica. Egli non è un vile, sacrifica la vita per la salvezza della città. Tutta la tragedia è svolta su un doppio piano: una parte visibile (l’uomo e il suo male) ed un’altra fatta di potenze sovrane e misteriose (il demone vendicatore che perseguita la stirpe di Edipo). Ma in nessuna delle sue tragedie Eschilo si accontenta di far ricadere su queste potenze la causa dei mali terreni. Ed infatti, anche nell’Orestea il protagonista (matricida), che alla fine viene assolto, non ne esce innocente: Oreste ha sì riguadagnato dopo il processo la libertà civica, ma il problema lacerante della sua responsabilità lo porterà con sé per tutta la vita.

Moeller, nel suo saggio ''Saggezza greca e paradosso cristiano'' afferma: “non c’è nulla di più attuale della tragedia greca”. E in effetti, i temi presentati ne I sette contro Tebe sono quanto di più attuale e provocatorio ci sia, persino per noi “uomini moderni”. Chi infatti non si interroga oggi sul problema del dolore, del male nell’uomo e nel mondo? Ciascuno uomo impegnato con la vita prima o poi si è posto questo problema, e l’urgenza con cui esso emerge in Eschilo, il grido che egli esprime nelle sue tragedie, non possono che essere d’insegnamento per noi, immersi in una mentalità che ci porta alla sottovalutazione e alla dimenticanza di queste domande esistenziali.

Irene Ferrari

News inserita il 7 ottobre 2005.

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