La tradizione medievale
Il patrimonio classico pagano ha un notevole influsso sulla civiltà medievale. La cultura cristiana però ha un comportamento contraddittorio nei suoi confronti: da una parte lo ostacola, timorosa dei contenuti pagani, dall’altra lo accetta riconoscendone l’alto valore culturale e contenutistico. Fu nuovo l’uso, per così dire, dell’Antichità classica; invece di estrapolare dalle opere di quel periodo un tesoro di saggezza, di scienza, di procedimenti artistici e di sfruttarle come in precedenza, si pensò di considerare le opere antiche come altrettanti modelli da imitare; gli antichi infatti realizzando opere perfette avevano saputo conseguire la Bellezza stessa, e quindi si pensava che quanto meglio si fossero imitate le loro opere, più si poteva star certi di conseguire il bello. Bernardo di Chartes diceva che “noi siamo come nani issati sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere di più e più lontano di loro, ma non certo per l’acutezza della nostra vista e neppure per l’altezza del corpo, ma perché siamo sollevati ed elevati dall’altezza del gigante”. Egli affermando ciò voleva esprimere l’ammirazione nei confronti dei filosofi dell’Antichità, ma questo non gli impediva di concludere che, così portato dagli antichi (“i giganti”), egli era in grado di vedere “più lontano di loro”. Nel periodo carolingio la cultura è in una situazione precaria: Carlo Magno comprende che essa potrebbe essere un fattore di estrema coesione dell’impero, nonché elemento di potenziamento del suo interesse politico. Egli inoltre comincia a rianimare l’insegnamento e la cultura seguendo norme romane, fondando un’accademia e dotandoci di una scrittura presa in prestito dai caratteri epigrafici romani, sotto il suo impulso infine si verifica un tentativo di ritorno alle forme antiche. In questo periodo la cultura era patrimonio degli ecclesiastici e Carlo Magno aveva bisogno dell’aiuto dei clerici, depositari della cultura e conoscitori del latino, per attivare la sua riforma; questi religiosi sono riusciti a mantenere la cultura nel periodo più critico del medioevo e i monaci in particolare ebbero il compito di trascrivere i codici attraverso una lettura in chiave allegorica, ovvero interpretavano i testi classici in senso cristiano. Rispetto alle altre epoche imperiali c’è un’instabilità data dall’insicurezza del territorio che provoca sotto il profilo culturale una certa dispersione. Per risolvere questo problema Carlo Magno chiama al suo servizio Alcuino, un monaco di origine anglosassone, che porterà nell’Europa continentale una cultura ormai dispersa, rimasta più viva in zone periferiche, quelle meno toccate dall’instabilità data dalle guerre. Data la necessità di una ripresa degli studi, ossia l’esigenza di “coltivare” le lettere, Alcuino , realizzando il progetto di Carlo Magno, scrive e fa circolare l’encyclica de litteris colendis, una lettera circolare indirizzata a tutti i monasteri e gli episcopati. In questo documento Alcuino asserisce che i monaci, tuttavia, nonostante le loro buone intenzioni e la loro pia devozione, non erano in grado di attuare una buona interpretazione delle Sacre Scritture senza errori e scorrettezze, “ l’ignoranza delle Sacre Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo” (S. Girolamo). Quella che all’inizio infatti è ritenuta una scorrettezza linguistica può dar luogo a una scorretta interpretazione delle Sacre Scritture; a proposito di questo, S. Girolamo scrive nelle epistolae: “… Perciò vi esortiamo non soltanto a non trascurare lo studio delle lettere ma a gareggiare in questo apprendimento con intento umilissimo e grato a Dio, per rendervi abili a penetrare più facilmente e più rettamente i misteri delle Divine scritture…”. Era quindi necessario imparare il latino non per una predilezione letteraria, ma per la completa e reale comprensione delle Sacre Scritture. Monasteri ed episcopati erano gli unici luoghi in cui vi erano scuole per maestri o per copisti e in cui venivano custoditi i codici e i manoscritti del passato. Si può ben pensare dunque che i monaci avessero un compito enorme dal punto di vista culturale, in quanto la parte restante della popolazione, anche quella di alto rango, non era alfabetizzata. La situazione degli studi era enormemente precaria e proprio Alcuino si assunse la responsabilità di riformarla; il monaco si preoccupò di riorganizzare il sistema unitario delle scuole e degli studi che fu reso possibile quando si vennero creare quelle condizioni di omogeneità e stabilità istituzionale che caratterizzano seppur per breve tempo l’età carolingia. Alcuino distingue tre livelli di organizzazione: 1. l'istruzione elementare, in cui il fanciullo impara a leggere, scrivere, far di conto, entra in contatto con la Liturgia e le verità fondamentali della fede cristiana; 2. l'insegnamento delle Arti del Trivio e del Quadrivio, che egli chiama «le sette colonne della sapienza»; 3. l'insegnamento della Medicina, del Diritto e della Teologia. Era necessario dunque attuare una riforma, rinnovare il percorso di studi secondo il modello della tarda latinità, che si basava innanzitutto sulla lettura degli autori che avveniva attraverso la lectio (lettura e commento); il primo obiettivo era quello di insegnare la littera (senso letterale), poi si passava alla spiegazione del significato allegorico e ai livelli retorici, e infine si procedeva per gradi (dai testi semplici a quelli più complessi): si comincerà da Esopo, poi si passerà agli autori della cristianità medievale e all’ultimo ad alcuni autori pagani, quali Ovidio (lirico), Stazio e Lucano (epici), Orazio (satiro), Cicerone, Seneca (autore del I sec. d.C. che nel medioevo è importante come filosofo) e Sallustio (storico). L’insegnamento avveniva anche in base alla disponibilità dei testi, i quali venivano conservati nelle biblioteche e costituivano un vero e proprio patrimonio culturale dell’epoca; la biblioteca infatti veniva considerata come il luogo in cui i ceppi delle varie culture si fondevano in quella latina: “Lì troverai le vestigia degli antichi padri, ciò che Roma ha creato nell’orbe latino e quello che la nobile Grecia ha trasmesso ai latini e ciò che il popolo ebraico ha bevuto dalla pioggia celeste e l’Africa ha diffuso con luce abbagliante…ed anche altri maestri ivi troverai, lettore, illustri per studi, arte e stile, che scrissero moltissimi testi dal chiaro senso.” (Alcuini carmina). Dunque, a meno di duecento anni dalla morte di Carlo Magno, il gusto delle lettere può fiorire di nuovo in un occidente divenuto più stabile. La letteratura del periodo dell’Altomedioevo suscita un grande interesse, in quanto si può riconoscere il manifestarsi di un estro pieno di originalità e di sorprendenti qualità inventive in autori come Virgilio il Grammatico o Beda il Venerabile. Nelle loro opere infatti si può riconoscere un’intensa ricchezza di pensiero e di poesia, un’ impressionante libertà di espressione.
News inserita il 20 novembre 2002.
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