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''La locandiera''

Teatro, LA LOCANDIERA, di Carlo Goldoni

Milano, Teatro Parenti
Venerdì 22 febbraio 2002

Una rappresentazione teatrale come La locandiera di Goldoni offriva una valida occasione di approfondimento del programma scolastico liceale o semplicemente per gustare la bellezza del teatro con compagni e professori, per ricavarne poi un giudizio personale discutendone insieme. Ecco il motivo per cui i professori di italiano del liceo e del ginnasio hanno proposto tale iniziativa agli studenti interessati. Avendovi partecipato, proponiamo qui una presentazione di quanto visto insieme.
Commedia in tre atti rappresentata per la prima volta nel 1753, è una delle più famose e stilisticamente riuscite tra le numerose scritte da Carlo Goldoni (1707- 1793). In breve la trama: il conte di Albafiorita e il marchese di Forlipopoli, ospiti nella locanda di Mirandolina a Firenze, si contendono il suo amore: il primo con doni che può facilmente permettersi grazie alla sua buona posizione economica; il secondo, appartenente a quella parte di nobiltà decaduta e ormai senza mezzi, tentando di conquistarla con promesse di protezione e disprezzando gli sperperi dell’avversario in amore. Nella locanda viene ospitato anche il cavaliere di Ripafratta, un convinto misogino che si vanta di essere immune al fascino femminile e disdegna le attenzioni e le cortesie delle donne. Mirandolina, risentita del suo atteggiamento e della sua insensibilità, decide di mettersi alla prova nel farlo innamorare di sé e grazie alla sua raffinata arte di seduzione in breve tempo ci riesce, causando gelosie e liti tra i tre pretendenti. Riuscita nell'intento di far capitolare il cavaliere, la locandiera però ne rifiuta l'amore così come prima aveva rifiutato la corte dei due nobiluomini e concede la propria mano al cameriere della locanda Fabrizio, antico e fedele spasimante.
“La locandiera” è definita dallo stesso Goldoni come la più morale, la più utile, la più istruttiva fra tutte le commedie da lui composte. Riportiamo qui di seguito una citazione dell’autore stesso, che riassume il significato globale dell’opera:

“Chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.
Mirandolina fa altrui vedere come s'innamorano gli uomini. Principia a entrar in grazia del disprezzator delle donne, secondandolo nel modo suo di pensare, lodandolo in quelle cose che lo compiacciono, ed eccitandolo perfino a biasimare le donne istesse. Superata con ciò l'avversione che aveva il Cavaliere per essa, principia a usargli delle attenzioni, gli fa delle finezze studiate, mostrandosi lontana dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola, gli parla con umiltà e con rispetto, e in lui vedendo scemare la ruvidezza, in lei s'aumenta l'ardire. Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch'ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali. Il pover'uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l'arresta, e con uno svenimento l'atterra, lo precipita, l'avvilisce. Pare impossibile, che in poche ore un uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perché sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de' loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell'inimico.
Io medesimo diffidava quasi a principio di vederlo innamorato ragionevolmente sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla natura, di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi è riuscito di darlo vinto alla fine dell'Atto secondo.''


Queste parole di Mirandolina riassumono bene l’idea che di lei l’autore ci vuole mostrare: “Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri.”
L’astuzia e la scaltrezza che la donna adopera con gli uomini che le fanno la corte ed ancor più con chi, come il cavaliere di Ripafratta, è convinto di non subirne alcuna influenza, sono gli elementi che fanno di Mirandolina il centro dell’azione, il protagonista indiscusso capace di attirare l’attenzione e di suscitare la simpatia dello spettatore. D’altra parte però, discutendone all’uscita con i professori di italiano che ci hanno accompagnato, è emerso che l’atteggiamento della locandiera nei confronti di Fabrizio, che nutre per lei un amore profondo e sincero, rompe l’equilibrio e muove ancora l’azione che sembrava aver finalmente raggiunto con il matrimonio una situazione di risolvimento finale. Ma lo sguardo furbo e il sorriso che Mirandolina prima della chiusura del sipario rivolge al pubblico sembra voler dire: “Ne ho ingannato un altro!” Così Goldoni smorza in parte il tono della commedia, con una conclusione che non può proprio dirsi positiva.
Per quanto riguarda poi la rappresentazione cui abbiamo assistito, essa ci è apparsa di buon livello e piuttosto ben riuscita: ottima la caratterizzazione dei personaggi, della quale abbiamo riscontrato fedeltà fra la messa in scena e il testo della commedia, così da risultare particolarmente chiara anche a chi non ha avuto l’occasione di leggerla; questo anche grazie alla scelta degli attori, degli abiti e della scenografia, semplice ed essenziale, tutta giocata sul contrasto di luci colorate che animavano pannelli semoventi in vetro e legno, dando ad ogni atto una configurazione originale.



News inserita il 7 giugno 2002.

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