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Incontro con Massimo Caprara sul tema: l’IDEOLOGIA NEL ‘900

18 febbraio, Milano, Teatro Dal Verme
Incontro con Massimo Caprara sul tema: l’IDEOLOGIA NEL ‘900

Invitato da alcuni amici e attirato dal bel volantino appeso in bacheca, anche se inizialmente poco convinto, ho deciso di andare all’incontro sulle ideologie nel ‘900 per vedere di che si trattava e per capire cosa una persona di cui non conoscevo neanche il nome potesse dirmi. Poi avrei meglio giudicato, ma all’inizio certo occorre fidarsi.
Fin dalle prime parole si capiva che la persona che avevamo di fronte era un uomo di spessore e di carisma, e lo si capiva dal tono sicuro della voce e dall’intensità dello sguardo, che ho potuto cogliere essendomi guadagnato un posto nelle prime file.
Riporto qui di seguito le parti più importanti.
Sono stato prigioniero volontario per 25 anni di un’ideologia e di una cultura che ha lasciato un segno profondo di memoria: si chiama comunismo. In quegli anni ero convinto di vivere una grande verità e una grande storia. Ho vissuto il comunismo intellettuale di Palmiro Togliatti, di cui sono stato segretario personale, da membro della nomenclatura del PCI.
Ho visto e vissuto per anni il volto di uno dei più vasti, turpi e astuti inganni orditi nel ‘900, ho conosciuto personaggi famosi e storici come Stalin, Breznev, Tito, Che Guevara, Krusciov, Moro e Berlinguer…, ho incontrato e conosciuto uomini non comuni. (…)
In ogni caso io non mi potrò mai dire anticomunista. Sono un uomo che ha visto, imparato e riflettuto, ma anticomunista viscerale no. Io non mi assolvo dal mio passato: ne vedo le colpe, ne sento le responsabilità, ne porto il peso materiale e morale per aver partecipato a gravi errori, ma nemmeno mi ritiro. Non ho il diritto di tacere, io devo dire, per questo incontro voi e scrivo libri.
Considero il comunismo un fatale errore della storia e dell’uomo. Non vi parlo di cosa votare, parlo della mia vita e del comunismo. Non sono portatore di verità assolute, cerco la verità insieme a voi. Parlo perché il passato non venga rimosso e altri non vengano indotti in errore. (…)
Il partito comunista mi si è presentato innanzitutto come una grande avventura culturale. Non fu solo un’ ideologia ma un modo di vita, una cultura.
Ne sono uscito nel ’69 quando l’Armata Rossa invase Praga. Non fui il solo, alcuni di noi si ribellarono, così fummo radiati. La rottura fu un processo lungo e doloroso. Si mette in discussione la propria vita, il proprio modo di essere. Il cambiamento nasce nel dibattito con se stessi.
La svolta fu quando capii che il comunismo in alcuni aspetti era il contrario della verità. Per esempio nell’ideale dell’egualitarismo, nella concezione di uno stato totalizzante, nell’eliminazione di Dio (…).
La ricerca della verità era fondamentale, non sapevo se poi mi avrebbe condotto a Dio oppure no, ma non potevo prescindere dalla verità. Non fu facile riconoscere queste cose, io ho avuto una grande forza per reagire. Mi sono detto: per la libertà e la verità questo ed anche altro.
Al termine dell’incontro, colpiti e grati per la testimonianza appena ascoltata, ci siamo avvicinati per ringraziarlo. Innanzitutto per la grande lezione di storia, da parte di uno che quei fatti li ha vissuti in prima persona, e poi per la chiarezza del racconto, arricchito da simpatici aneddoti.
Ma ciò che più mi ha colpito e che certamente non dimenticherò è stata la concretezza di un incontro con un uomo che ci ha comunicato l’amore per la verità per la quale vale la pena vivere, anche a costo di rimettere in discussione tutta la propria vita.

News inserita il 7 giugno 2002.

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